Rilanciare l’occupazione partendo dalla forza lavoro: le competenze come base del lavoro di domani

Le difficoltà occupazionali italiane sono imputabili (anche) alla crisi economica generata dai problemi del mondo della finanza e alla congiuntura negativa dell’economia reale globale, che hanno ridotto, se non talvolta distrutto, l’industria e l’imprenditoria del paese. Meno profitto, meno aziende o meno almeno attività, meno posti di lavoro, quindi meno occupazione.

Tuttavia, le cause più profonde, come sempre, della mancata resilienza e ripresa di un sistema/organismo sono difficilmente solo esterne, piuttosto e principalmente da ricercarsi al suo interno. Da tempo, da quando robotizzazione e connettività hanno iniziato a riformulare i tradizionali sistemi della produzione, sino ad arrivare ad impattare anche tutto il lato della domanda di beni e servizi, ci si sarebbe dovuti soffermare subito sulla necessità di rileggere, reinterpretare e rinnovare professioni e mestieri alla luce delle possibilità e degli impatti generati da queste tecnologie dirompenti, di come esse avrebbero rimodulato mercati e società.

Come ogni sfida odierna anche la (dis)occupazione è un fenomeno complesso che richiede di essere analizzato da molti angoli. Non è più un tema esclusivamente sociale, non è più un fenomeno dal trend che si può riassumere in una curva macroeconomica a due variabili, non è una sfida che si vince con una semplice riforma del CCNL o a colpi di amido/acido sulle norme dell’impiego. In mercati sempre più sofisticati, dove la conoscenza di tecnologie e processi 4.0 e l’adattabilità al cambiamento costante/repentino sono elementi essenziali, la politica e le associazioni d’interesse devono fare di più. Bisogna cercare possibili soluzioni con un approccio ibrido, interconnesso, che analizza e considera all’unisono il maggior numero di variabili possibili.

I mondi pubblico e privato italiani hanno a lungo ignorato o sottovalutato questa trasformazione. Soprattutto l’indifferenza istituzionale e del legislatore verso questo fenomeno è stata grave: ha generato un grande gap conoscitivo e attuativo, che oggi penalizza la ripresa economica e acuisce il problema della disoccupazione, specie giovanile. Le politiche del lavoro rispondono a logiche usurate e non si sono interfacciate con le necessità di maggiore istruzione, formazione e capacità di innovare che queste tecnologie e i mercati in cui sono usate richiedono. Dopo aver lanciato un sensato e solido approccio su come affrontare questa nuova sfida con il c.d. “Piano Calenda”, purtroppo la situazione politica del paese è cambiata repentinamente e ha giocato a sfavore di un approfondimento di questa iniziativa.

L’attuale governo non sembra neppure vederlo il problema, figuriamoci capirlo! Volendo lasciare da parte il costo di molte iniziative di questo governo che graveranno sui giovani e sulle generazioni future, l’attuale esecutivo, convinto (?) come è di alcuni mantra populisti, ad esempio l’idea impossibile della sostituzione diretta a seguito del “quota 100” (1 va in pensione e 1 entra al suo posto, ecco generata l’occupazione), non sviluppa un approccio coerente e olistico verso il fenomeno e i suoi problemi. La legge di bilancio è un amalgama non omogeneo di finanze e risorse, alcune destinate anche a tematiche rilevanti (sussidi alla disoccupazione, innovazione, start-up, ecc.), ma preparato pretestuosamente giusto per poter dire “qualcosa abbiamo fatto”; senza visione né missione, mentre intanto si taglia a piene mani ancora su istruzione, alternanza scuola-lavoro e formazione.

Il punto, a mio avviso, è quello di accettare e interiorizzare in un contesto di cambiamento continuo un concetto sul lavoro del futuro: non sarà più basato sulla divisione in rigide categorie di professioni e mestieri, i lavoratori dovranno operare come tecnici creativi, seriali e/o specializzati, pronti alla flessibilità e a reinventarsi. Più che un mondo basato sulle mansioni, il mondo del lavoro sarà un mondo delle COMPETENZE!

Le competenze apprese, sviluppate e approfondite dall’individuo saranno le caratteristiche salienti dei CV, a prescindere dalla figura lavorativa che ci si candiderà a ricoprire. L’approccio basato sulle competenze è adattivo, non rigido, che segue e si nutre di trasformazione e innovazione. È proprio sulle competenze che lo sforzo congiunto di diverse branche della politica e delle istituzioni dovrebbe concentrarsi al fine di:

  1. Ridurre i livelli attuali di disoccupazione rendendo gli inoccupati, i disoccupati, i NEET, ecc. più appetibili agli occhi delle imprese e ridurre al minimo possibile la disoccupazione frizionale derivata dal mismatch delle competenze
  2. Aumentare l’occupazione grazie al carattere abilitante delle competenze per nuove figure professionali future e nuovi mercati 4.0

Quale è l’approccio che spero +Europa avrà sul tema dell’occupazione in un contesto crescentemente 4.0?

  • Le politiche riferite al lavoro, a mio parere, dovranno tenere in considerazione questa prospettiva del lavoro del futuro come insieme di competenze e agire per anticipare o creare direttamente il cambiamento.

Quindi, vedo come necessaria un’azione “multidisciplinare”, un agire coordinato su tre fronti diversi, ma intimamente correlati. Di seguito, qualche punto espresso di getto in una lista non esaustiva:

  1. Istruzione e formazione: Impegno finanziario dello Stato: alto
    • corsi di studio (specie universitari) e corsi di formazioni erogati da enti pubblici ed equiparati dovrebbero essere orientati allo sviluppo di competenze specifiche per i settori lavorativi di interesse;
    • corsi professionalizzanti basati sulle competenze più richieste e versatili sul mercato, e con molte ore dedicate alla pratica simulata di attività di settore;
    • rafforzamento obbligatorio delle competenze matematico-informatiche di base a tutti i livelli scolastici e per tutte le tipologie di studi, specie nelle scuole elementari e medie inferiori;
    • promozione delle alternanze scuola-lavoro nell’istruzione secondaria superiore, anche per gli studi “umanistici”;
    • nei corsi universitari prevedere un coaching obbligatorio di imprenditorialità/foresight per gli studenti universitari.
  2. Condizioni e organizzazione del mondo del lavoro: Impegno finanziario dello Stato: medio-basso
    • Prevedere cooperazioni con il mondo privato o sgravi fiscali per far offrire come benefit aziendale l’accesso a formazione qualificante e/o di riqualificazione della forza lavoro;
    • Incentivare imprenditori e liberi professionisti che offrono attività da “business angel”.
  3. Sviluppo economico e innovazione: Impegno finanziario dello Stato: medio-alto
    1. Sostegno finanziario alle imprese innovative (di qualsiasi dimensione);
    2. Investimenti diretti per portare a marce forzate il mondo dell’energia e della sanità verso il 4.0;
    3. Trovare soluzioni per potenziare l’equity crowdfunding e la finanza alternativa, specie per settori del o che si converto al mondo 4.0.

Cosa potremmo proporre noi di +Europa? Non essendo (ancora) forza di governo, quale mirato intervento legislativo potremmo sostenere per innescare un movimento di riforma e trasformazione solido e strutturato delle politiche pubbliche che si affacciano sulla tematica dell’occupazione nei mercati toccati o propri del 4.0?

1. Trasformazione e potenziamento dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP)

Nato nel dicembre 2016 come erede dell’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori), l’INAPP è un istituto che conduce “attività di ricerca, di analisi strategica, di monitoraggio e di valutazione delle politiche economiche, sociali, del lavoro, dell’istruzione e della formazione professionale al fine di trasferirne e applicarne i risultati per lo sviluppo scientifico, culturale, tecnologico, economico e sociale del Paese e di fornire supporto tecnico-scientifico allo Stato e alle amministrazioni pubbliche”. L’Istituto è vigilato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. L’esperienza tecnico-scientifica di INAPP nel settore è solida e molto risalente (dal 1973) ed è integrato nei principali sistemi statistici e di collaborazione regionale: “L’INAPP fa parte del Sistema statistico nazionale (SISTAN) e collabora con le istituzioni europee. Svolge il ruolo di assistenza metodologica e scientifica per le azioni di sistema del Fondo sociale europeo ed è Agenzia nazionale del programma comunitario Erasmus+ per l’ambito istruzione e formazione professionale. È l’Ente nazionale all’interno del consorzio europeo ERIC-ESS, che conduce l’indagine European Social Survey.” Tuttavia, l’ente manca di strutturate collaborazioni con altri dicasteri e soprattutto di un vero potere decisionale verso i ministeri, che sarebbe importante per orientare e coordinare le politiche che impattano sul lavoro.

La mia idea sarebbe la seguente:

  • Riformare INAPP, trasformandolo in un ente interministeriale tra ML, MIUR e MISE. Molti più fondi e una dotazione di personale all’altezza della sfida corrente
  • Un ente non solo consultivo, ma dalla duplice natura tecnico-decisionale.

Da una parte un “Comitato di Tecnici” che elaborano studi specifici, nei settori già previsti da statuto e in altri settori inglobati dagli altri ministeri (operando per razionalizzazione in caso di duplicazioni).

Dall’altra un “Consiglio Direttivo” composto equanimemente da direttori dei tre ministeri citati, selezionando quei direttori le cui DG maggiormente hanno a trattare con il mondo del lavoro così come descritto dalle mie riflessioni sopra. Il Consiglio a maggioranza sulle basi degli studi fatti decide gli orientamenti e le linee guida da riversarsi poi in specifiche politiche da svilupparsi nei rispettivi dicasteri.

I temi specifici del Comitato dovrebbero essere decisi su proposta e votazione congiunta di Comitato e Consiglio.

2. Rilanciare, istituzionalizzare e ampliare l’operato del “Sistema informativo sulle professioni” (SIP)

Interessante progetto ISFOL-ISTAT a fine 2012 ha generato una banca dati interessantissima, classificata in maniera consistente con i sistemi internazionali, utilissima per analizzare le caratteristiche della forza lavoro in Italia.

L’idea di rilancio del SIP sarebbe:

  • Rendere permanente il progetto di ricerca; potrebbe essere un organo ad hoc di INAPP facente parte del “Comitato Tecnico” con questa missione specifica, oppure essere un organo consultivo esterno obbligatorio legato a ISTAT.
  • Aggiungere agli argomenti informativi della ricerca aspetti legati ai redditi e alle retribuzioni, sul modello dello statunitense O*NET ( https://www.onetcenter.org/overview.html )
  • Ricalibrare l’attenzione nell’identificazione delle competenze abilitanti per i settori lavorativi di oggi e di domani (L’idea esce fuori dalla lettura di un report su “Competenze e figure professionali di fronte alla quarta rivoluzione industriale, sviluppato dall’IRPET – Istituto Regionale Programmazione Economica della Toscana http://www.irpet.it/wp-content/uploads/2018/01/rapporto_competenze-4-0-faraoni-gennaio-2018.pdf )

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