Università e impresa nella quarta rivoluzione industriale

Nota: Questo articolo riflette l’opinione personale del suo autore e non indica in alcun modo una posizione ufficiale di Più Europa

C’è un’urgenza che deve iniziare a farsi largo; che noi tutti dobbiamo iniziare a rendere prioritaria rispetto a quelle connesse a temi di ben più ampia presa pubblica che affollano l’agenda politica e mediatica ma che – a ben vedere – sono di portata nettamente inferiore. Questa urgenza ha un nome e si chiama quarta rivoluzione industriale.

La velocità del cambiamento tecnologico oggi ci rende spettatori di una transizione d’epoca che in tempi passati occorreva nell’arco di anni, se non di decenni. Se ci limitiamo ad osservare l’ultima grande transizione, corrispondente alla c.d. terza rivoluzione industriale, rileviamo che, almeno nel nostro Paese, tale cambiamento ha interessato un periodo di tempo abbastanza lungo, producendo effetti a catena per almeno 50 anni.

Tali effetti hanno riassestato società e struttura del lavoro nelle forme in cui le conosciamo oggi, non senza aver chiaramente prodotto, nel loro transito, importanti sconvolgimenti a livello di equilibri tra settori, di dinamiche di inurbamento, di sensibilità ecologiche, di rapporti interpersonali e, chiaramente, di professioni. Sconvolgimenti non certo di poco conto, tra i quali vale la pena ricordare quelli di natura sociale ed in particolare quelli che più hanno segnato la seconda metà del secolo scorso: le contestazioni del ’68 e i suoi effetti a catena, trascinatisi almeno fino alla fine degli anni ’70.

Quindici anni di contestazioni frutto del cambiamento di un mondo che stava sì procedendo verso uno sviluppo e un progresso senza precedenti ma che nel suo avanzare, spostando i baricentri dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria, andava a modificare profondamente il tessuto sociale di molte regioni e Paesi. Estromettendo, in questo “transito”, un numero importante di persone; disattendendo, dopo la transizione, le aspettative e i sogni di molti; arrivando in ritardo, riferendoci specificatamente al ruolo dello Stato, nel supporto all’inclusione di un numero incredibilmente importante di persone.

Eppure ne siamo usciti, non senza difficoltà, poiché il tempo giocava perlomeno a favore del progresso. Il cambiamento era sì repentino rispetto alle dinamiche del passato ma non così veloce da non consentire, sia ai diretti interessati (attraverso processi di riconversione lavorativa) sia ai loro figli (mediante un sistema formativo che nel frattempo aveva avuto modo di riallinearsi), sia alle imprese, di assestarsi su questi nuovi equilibri.

E oggi? Se guardiamo davanti a noi – e nemmeno troppo, in termini squisitamente temporali – gli orizzonti stanno totalmente per cambiare. Tali orizzonti sono incarnati da una rivoluzione che ha tutte le caratteristiche per essere considerata disruptive come la precedente ma potente e veloce come l’umanità non ha mai conosciuto. Se gli effetti della transizione dalle seconda alla terza stagione industriale si sono manifestati nell’arco di 50-60 anni, quelli del passaggio dalla terza alla quarta si stima che si produrranno su un tempo ben più breve, non più di vent’anni. Con una fortissima accelerazione nei prossimi 5. Secondo lo studio McKinsey “Jobs lost, jobs gained: What the future of work will mean for jobs, skills, and wages”, entro il 2030 375 milioni di lavoratori, pari al 14% della forza lavoro globale del pianeta, dovranno cambiare lavoro in virtù della crescente automazione dell’industria e dei processi.

Che peso ha questo terremoto? Secondo molti avrà la stessa potenza discontinua che nel secolo scorso ha caratterizzato lo spostamento dei baricentri da primario a secondario e poi dal secondario a terziario. Con una “piccola” – si fa per dire – differenza: se per il passaggio di cui sopra sono occorsi anni o comunque un tempo sufficientemente lungo per consentire ai vecchi lavoratori di andare in pensione e ai nuovi di formarsi per entrare allineati nel nuovo mercato del lavoro, in questo caso tale dinamica non esiste: chi si è formato anche solo 10 anni fa non avrà il bagaglio né formativo né concettuale per stare al passo con il lavoro che verrà. E questo nel bel mezzo della propria carriera. Con quali effetti? Alcuni, in risposta al crescente senso di esclusione che attanaglia chi già è stato interessato da questo cambiamento, li stiamo già osservando (Brexit, Trump, forze populiste che avanzano, gilet gialli) ma altri – e ancora maggiori, se non altro perché è la storia che ce lo insegna – si produrranno.

Quindi che fare? In questo quadro un punto centrale, anzi forse l’unico punto su cui concentrarsi, almeno in questa prima fase di transizione, ha un nome ben preciso. E questo nome si chiama: formazione.

Formazione di tutti i livelli. Certamente la primaria, capace di instillare ai nostri bambini, fin dalla tenera età, il seme dell’automazione (linguaggi per la programmazione, corsi di robotica, ecc…); sicuramente la secondaria, specie superiore, e specie alcuni aspetti formativi ad essa correlati come l’alternanza scuola-lavoro; certamente quella universitaria, intendendo con questa non solo la formazione classicamente impartita docente-studente con forme più o meno avanzate di tecnologia ma anche e soprattutto un learning by doing spinto in cui le imprese possano anche entrare nei programmi formativi stessi, per esempio attraverso forme di partenariato didattico o di commissione di progetti on the field. Il tutto, suggellato da programmi di formazione continua che vedano sia lo Stato sia le imprese impegnati in prima linea. Certo, è necessaria una visione di lungo periodo che metta in campo soluzioni di coordinamento tra politiche pubbliche e investimenti privati individuando i destinatari di misure specifiche per prepararsi ad un percorso di transizione (Towards a Reskilling Revolution, WEF 2019):

  • verso i più giovani, inseriti nel sistema scolastico da 0 a 12 anni, per i quali è necessario ripensare l’intero ciclo formativo puntando sulla valorizzazione delle competenze dei docenti e sulle più moderne metodologie didattiche;
  • verso i ragazzi, dai 13 ai 18 anni, per i quali vanno promosse esperienze di crescita educativa e professionale di eccellenza, come ad esempio quelle offerte dalla rete degli ITS;
  • verso gli adulti, per i quali bisogna ripensare l’offerta formativa universitaria in un’ottica di stretta collaborazione con il mondo dell’impresa, ma anche prevedere strumenti di aggiornamento professionale in linea con gli standard innovativi e tecnologici più avanzati.

Learning by doing, formazione continua, adattamento costante: l’epoca delle grandi riforme pensate come risposta ai grandi cambiamenti, cui poi seguono anni di inattività, è giunta al termine. Non perché non sia stata efficace ma perché il fattore tempo ora gioca un ruolo cruciale.

Il ruolo delle università nella transizione verso il 4.0

In questo quadro vale la pena approfondire il ruolo, potenzialmente vincente all’interno di queste dinamiche, rappresentato dall’agente culturale (e formativo) per definizione, ossia l’università.Un ruolo che gioca tutto attorno alla sua storica capacità di “punto di contatto e di incontro” tra attori diversi e loro interessi e di amplificatore degli effetti positivi prodotti da questa unione sul contesto economico, sociale e territoriale di riferimento. Effetti che vanno ben al di là della somma degli interessi dei singoli e che possono essere riassunti in una espressione: “capacità di fare sistema”.

Il metro su cui nei prossimi anni misureremo il successo o l’insuccesso delle azioni che come collettività saremo riusciti a prendere per gestire la transizione da terza a quarta rivoluzione industriale starà tutta qui. Questo non vale solo per gli Atenei ma si estende certamente a tutte le dinamiche economiche e sociali che interesseranno le trasformazioni conseguenti al passaggio verso il 4.0. Si pensi per esempio ai “distretti” e alla loro capacità di mettere realmente assieme aziende che, se nei mercati interni sono concorrenti, per gli esterni (extra UE) dovrebbero essere, proprio per via della portata rivoluzionaria del 4.0, finalmente alleate. Si pensi ancora, estendendo il raggio d’azione al Paese intero, alle potenzialità di un “Sistema Italia 4.0”, in cui finalmente le eccellenze nell’ambito della moda, del food e del design collaborano con quelle delle tecnologia, per gestire assieme le sfide di domani. Si pensi infine, estendendo ancor di più la dimensione geografica, all’incredibile supporto che potrebbe venire da un’Unione Europea finalmente federata – e quindi con più capacità di limitare gli egoismi dei singoli Paesi – nel coordinamento di politiche pubbliche transeuropee totalmente incentrate sul supporto all’innovazione tecnologica e alla riconversione dei lavoratori in questo settore, nel più ampio quadro della competizione globale.

È però con gli Atenei che questa capacità, in questa delicata fase di transizione, assume pieno senso e titolo. Se, infatti, è vero come è vero che sarà la formazione la chiave di volta di un sano processo di trasformazione della società da 3 a 4.0, allora sono proprio gli Atenei, con la loro storica capacità di aggregare soggetti portatori di interessi diversi (studenti, docenti, comunità locali) e di costruire assieme e per essi veri e propri “patti di crescita per il territorio” (a cominciare dalla formazione specialistica di nuovi saperi a beneficio di imprese e operatori economici locali) i candidati ideali a guidare i processi di trasformazione che riguarderanno l’intera società negli anni a venire.

Il tutto, però, ad una condizione: considerare il principale agente di questo cambiamento, ossia le imprese, non più un soggetto passivo verso cui indirizzare studenti in uscita o mere richieste di finanziamento per questo o quel programma bensì parte integrante dei processi universitari, si tratti di didattica, di ricerca o di aspetti organizzativi connessi al loro corretto espletamento. Superando tabù e obiezioni circa la presunta contaminazione della “purezza della ricerca” (come se a una impresa non interessasse ottenere il meglio da una “pura” collaborazione universitaria!) e riconoscendo invero che la cultura aziendale oggi non solo può dignitosamente sedere al tavolo di un CdA universitario ma anzi può essere determinante per indirizzare rapidamente le politiche e le strategie universitarie nella direzione del cambiamento che loro stesse contribuiscono a generare. Supportando quindi le università nell’opera di allineamento rapido ai cambiamenti economici e sociali da loro generati e operando affinché i gap progressivamente creati dallo shift da 3 a 4.0 siano gradualmente e in modo sostenibile assorbiti dai mercati di capitale e lavoro e dalla società.

È questo un passaggio chiave, in primis di natura culturale, che deve essere gestito e assorbito al fine di procedere speditamente verso il punto essenziale: avviare programmi e iniziative specifici di interfaccia università-impresa capaci di accompagnare tutti i portatori di interesse, specie studenti e lavoratori – nella transizione efficace verso la nuova società automatizzata. Come si nota, quindi, qualcosa di ben più profondo e sistematico della genericità insita ai programmi di c.d “terza missione”.

Gli ambiti di collaborazione Università-impresa

Quali sono, dunque, gli ambiti di intervento congiunto su cui una piena e totale collaborazione fra università e imprese potrebbe andare a sostanziarsi per gestire efficacemente la transizione verso il 4.0?

1. Collaborazione tra facoltà a indirizzo scientifico e imprese

Il primo, e più scontato, è quello che riguarda la collaborazione tra facoltà a indirizzo scientifico e imprese per tutto ciò che concerne l’innovazione tecnologica e la ricerca avanzata. Per quanto a questo aspetto possiamo affermare di essere già a buon punto, per lo meno sotto il punto di vista delle soluzioni organizzative adottate per gestire la collaborazione. Uffici di trasferimento tecnologico, spin off accademici, cluster tecnologici, uffici per la gestione dei brevetti e via discorrendo sono ormai esempi piuttosto rodati di collaborazione attiva tra i 2 soggetti interessati.

Al di là di questo sussistono tuttavia alcune criticità e aree di miglioramento che potremmo così riassumere:

  • Diffusione: i casi di piena ed efficace strutturazione della collaborazione tra facoltà a indirizzo scientifico e imprese sono ancora limitati, lasciati alla discrezionalità di ogni singolo ateneo. Delle linee guida ministeriali più o meno vincolanti su come correttamente strutturare una collaborazione di questo tipo sarebbero utili. Così come utile sarebbe una formazione ad hoc degli operatori deputati a gestire tali aspetti.
  • Leva fiscale: la leva fiscale si rivela ancora indispensabile per sostenere la collaborazione tra tra facoltà a indirizzo scientifico e imprese. È indispensabile mantenere tale strumento inalterato e anzi promuoverlo ulteriormente, aumentando le percentuali di credito d’imposta e/o estendo la casistica dei progetti finanziabili tramite tale strumento.

2. Collaborazioni tra facoltà a indirizzo umanistico e imprese

Il secondo, e già meno scontato ambito di collaborazione tra università e imprese, è quello che vede una collaborazione tra le facoltà a indirizzo umanistico e le imprese.

Allo stato attuale tali collaborazioni risultano essere piuttosto scarse anche se fortunatamente la realtà è in rapida evoluzione anche sotto questo punto di vista. Tra i fattori che maggiormente spingono ad una più stretta collaborazione anche tra queste 2 realtà rientra la constatazione, certificata anche da numero importante di ricerche avviate in questo senso, che nella transizione dal 3 al 4.0 una delle abilità maggiormente ricercate sarà quella di risolvere problemi in maniera sistemica, attingendo a un mix di hard e soft skills. E, tra queste ultime, pensiero critico e creatività rivestiranno un ruolo chiave.

Di qui le seguenti esigenze:

  • Impegno nel sostenere e potenziare la cultura umanistica in tutte le sue forme, dalla valorizzazione della formazione filosofica per l’affinamento delle soft skills del top management alla rivalutazione di materie quali la storia e la geografia all’interno dei cicli di studi secondari;
  • Potenziamento dei programmi di studio che mixino in maniera armonica ed efficace, formazione hard & soft.

3. Collaborazioni didattiche tra università e imprese

Le esperienze in questo senso sono ancora estremamente rare. Un po’ per le resistenze di natura culturale sopra accennate e un po’ perché, se presenti, esse sono limitate all’iniziativa del singolo docente o della singola struttura didattica. Eppure, quando parliamo di questo tipo di collaborazione, andiamo proprio a colpire uno dei nervi maggiormente scoperti nelle dinamiche di relazione fra università e impresa, ossia la formazione utile per la professione. “Nervo” altrimenti noto con l’espressione ormai sdoganata di “gap università-università”. Cosa si intende? L’incapacità o comunque la forte difficoltà da parte di talune università di formare personale specializzato per il lavoro di domani. I dati parlano chiaro: secondo una recente ricerca Unioncamere (solo l’ultima di una serie realizzate in questo senso), su circa 370mila contratti di lavoro da stipulare entro fine ottobre 2018 (31mila in più rispetto a un anno fa), il 29% presenterà difficoltà di reperimento di personale. Il tutto a fronte di una disoccupazione giovanile che veleggia ormai da anni tra il 30 e il 35%. Dati ovviamente intollerabili e che la dicono lunga sulla mole di lavoro da fare in questo ambito. Per ovviare a questa criticità le proposte sono 3:

  • Partecipazione e auditing: prevedere una più stretta collaborazione con le imprese anche in fase di definizione dei programmi di studi, coinvolgendole nelle scelte (per esempio tramite le rappresentanze di categoria territoriali e nazionali) o quantomeno prevedendo un audit obbligatorio in tale fase.
  • Learning by doing: incentivare e stimolare tutte le forme di collaborazione università-studenti-imprese che negli anni sono state comunque ideate, rendendole sistemiche. Tra le più interessanti, i project works, i business games e i partenariati didattici. Tutte forme che non solo consentono agli studenti di prendere confidenza con il linguaggio e gli schemi del mondo del lavoro ma che offrono altresì alle aziende l’opportunità di individuare con maggior efficacia e rapidità i talenti di cui necessitano.
  • Leva fiscale: Estendere gli incentivi già previsti per le partnership tecnologiche anche a progetti sperimentali ma di grande impatto sociale come l’apprendistato collettivo o i project works consentirebbe a imprese, università e studenti di raggiungere molto più facilmente i rispettivi obiettivi. Avvicinandoli, peraltro, nelle rispettive conoscenze ed attivando così un circolo virtuoso che potrebbe poi innescare nuovi progetti o addirittura nuove forme di business. Tanto più si parte dall’anello della catena con meno esperienza (project works di studenti) tanto più le aziende dovrebbero essere agevolate per i progetti nei quali investono, partendo da uno sgravio totale per i progetti di apprendistato collettivo o project works e arrivando a percentuali più basse – ma comunque consistenti – per centri di ricerca, dipartimenti, docenti singoli.

4. Formazione continua

Accanto ad una formazione maggiormente centrata per gli studenti in uscita, capace di dotarli della strumentistica adeguata per affrontare con sicurezza le sfide dell’industria 4.0, un punto importante – anzi forse il più importante, considerate le dinamiche temporali di cambiamento citate in apertura – è quello relativo alla formazione continua.

Sul tema si è ampiamente discusso e si continua a discutere e le strade finora intraprese sono le più diverse. Il dato più importante, in questo contesto, è comunque quello relativo al ruolo che l’istituzione culturale “università” riveste nel contesto dei processi aziendali di formazione continua che, salvo alcuni casi di eccellenza, è ancora molto limitato a taluni casi specifici, come quello della formazione specialistica tramite master per professionisti, executive courses e ai corsi professionalizzanti ai quadri e dirigenti delle imprese.

Un punto politico essenziale, nel quadro della formazione continua, riguarda l’origine dei fondi a disposizione ed in particolare il ruolo del Fondo Sociale Europeo, da tutelare e potenziare. La proposta della Commissione di rendere tale fondo, per il periodo 2021-2027, ancora più capiente e attivo anche su fronti quali l’adeguamento alla globalizzazione e la promozione dei diritti e dei valori non può quindi che essere salutata con favore.

5. Servizi per le imprese e il territorio

Forte dell’expertise di ricercatori e docenti in molteplici settori, gli Atenei hanno tutte la carte in regola per supportare le imprese in diversi processi aziendali, a cominciare da quelli maggiormente connessi ai processi 4.0. Allo stato attuale già moltissimi professori, parallelamente all’attività di docenza, svolgono anche attività professionale, in un percorso di arricchimento reciproco di conoscenza ed esperienza utili a entrambi. Meno frequente è invece il caso di Atenei che, strutturalmente, offrono tali servizi. Eppure di spazi per crescere, specie in un mondo che avrà sempre più fame di saperi e indicazioni specifiche per affrontare in modo corretto le sfide poste dal 4.0, ce ne sono molti.

Allo stato attuale tale domanda è soddisfatta da aziende di consulenza più o meno grandi ma è evidente che non vi sia indirizzo migliore, per gestire in maniera organica e scientifica taluni argomenti, che gli Atenei. Atenei che, in questo modo, potrebbero incamerare risorse finanziarie suppletive rispetto a quelle oggi acquisite coi trasferimenti dal ministero e con le tasse universitarie e che, ancor di più, potrebbero pienamente sostanziare, così facendo, la loro c.d. “terza missione”.

Una situazione generabile agendo almeno su 3 fronti:

  • Sistemi incentivanti: l’assenza di un sistema incentivante tramite cui gli Atenei possano facilmente moltiplicare le risorse incamerate grazie alle attività diverse da quelle di ricerca è certamente importante. Per questa ragione andrebbe creato un meccanismo di incentivo forte per le università che moltiplichi i fondi conferiti dalle aziende per ogni progetto di ricerca e faciliti collaborazioni di tipo continuativo. Per esempio il co-finanziamento.
  • La carriera: i percorsi di carriera di ricercatori e professori guardano quasi esclusivamente alla produttività scientifica e sono ancora troppo penalizzanti per coloro che fanno esperienze imprenditoriali o in azienda
  • Gestione organizzativa e amministrativa dei rapporti con imprese e territori: allo stato attuale, nonostante la crescente importanza della cosiddetta “terza missione di Ateneo”, sotto il cui cappello ricadrebbero, in teoria, tali attività, si assiste, nella maggior parte dei casi, ad un mancato coordinamento centralizzato di tali attività, la cui pertinenza è oggi suddivisa tra uffici e soggetti diversi operanti nell’amministrazione dell’Ateneo (uffici amministrativi, uffici placement, ecc…). Questo determina la difficoltà nell’avvio di progetti che, per loro natura, devono vedere collaborare pienamente parte amministrativa, eventuali uffici di raccordo col territorio, ricercatori e corpo docente. Una nuova figura professionale capace di saper interagire con i 3 soggetti coinvolti al fine di tramutare l’istanza in progetto concreto si renderebbe in tal senso necessaria.

6. Sensibilizzazione verso il pubblico

Ultimo ma non meno importante ambito di potenziale collaborazione tra università e impresa riguarda gli aspetti di promozione e sensibilizzazione delle criticità connesse alla transizione dal 3 al 4.0 presso il decisore politico e il grande pubblico. L’adeguata transizione dalla terza alla quarta rivoluzione industriale possiede tutte le caratteristiche dell’urgenza e come tale dovrebbe essere trattata: con programmi e fondi ma anche sensibilizzando il più possibile i diretti interessati circa l’urgenza di un adeguamento. Allo stato attuale, invece, rileviamo, ad esempio, quanto segue:

  • secondo la ricerca “Italia 4.0, siamo pronti?” realizzata da Deloitte coinvolgendo più di 100 c-level executive dalle principali aziende italiane che dice che l’80% di queste figure sa cos’è il 4.0 ma solo il 5% si definisce in grado di prevedere i cambiamenti organizzativi indotti dalle nuove tecnologie
  • secondo la ricerca “Il futuro è oggi: sei pronto?” sulle competenze digitali e imprenditoriali degli studenti universitari italiani, di University 2 Business il 73% degli universitari del nostro Paese non sa cosa sia l’Industria 4.0, l’85% circa non ha mai sentito parlare di blockchain e solo il 6% sa definire cosa sia il cloud computing.

Di qui la necessità di una presa di posizione forte, anche di natura politica, circa la necessità di porre il tema al centro del dibattito entro il più breve tempo possibile.


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