L’innovazione e le Micro Imprese: un percorso riservato ai più coraggiosi

L’Italia e in generale l’Europa, ha un patrimonio di micro e piccole imprese che rischiano di subire passivamente i cambiamenti della rivoluzione 4.0, senza neanche comprenderli o contrastarli. Diventa quindi importantissimo avvicinare al tema quelle persone che si trovano a condurre una micro o piccola azienda e che, per i diversi casi della vita, hanno una visione locale e ristretta di come funziona il mondo fuori dal perimetro del comune o della provincia. Noi di +Europa dobbiamo dialogare con queste persone e con le associazioni di categoria, per contestualizzare questi temi e fornire loro spunti e modelli utili per iniziare un percorso di innovazione. Un approccio scettico ci suggerisce che alcune di queste realtà, quelle più piccole e tradizionali, potrebbero trarre un maggior vantaggio nel rimanere dove sono, magari ottimizzando un poco il proprio lavoro, piuttosto che affrontare un percorso di cambiamento. Un poco di onestà intellettuale, in questo campo, non può che renderci più vicini al piccolo artigiano e al piccolo imprenditore tradizionale.

CONTESTO

C’è un grosso fermento intorno alle parole “innovazione” e “industria 4.0”, che vengono citate spesso come la panacea per affrontare con sicurezza il cambiamento epocale che stiamo assistendo. Automazione, digitalizzazione, intelligenza artificiale, personalizzazione estrema, sono solo alcune delle autostrade tecnologiche che sembrano tracciare il futuro delle nostre aziende. Questo è particolarmente vero per aziende PMI (Piccole e Medie Imprese) che hanno già una struttura definita (la “M” di PMI – Piccole e Medie Imprese – meno di 250 dipendenti e meno di 50 milioni di Euro di fatturato), ma non è semplice definire l’impatto che questa rivoluzione avrà sulle Piccole e Micro imprese, che hanno rispettivamente meno di 50 dipendenti / 10 milioni di Euro di fatturato e meno di 10 dipendenti / 2 milioni di Euro di fatturato.

Vediamo di definire il contesto e sfatare qualche mito, focalizzandoci su Micro e Piccole Imprese, che rappresentano il 78,7% degli addetti del settore privato in Italia. Le micro imprese con meno di 10 dipendenti rappresentano quasi la metà degli addetti (45,6% – fonte Confartigianato). Tradotto in parole semplici: su 10 lavoratori del settore privato in Italia, 5 lavorano in una micro impresa e 3 in una piccola impresa. Solo 2 lavoratori su 10 sono impiegati in grandi aziende.

L’elevata percentuale di addetti delle micro e piccole imprese (66%) è il più elevato dell’Unione Europea e può essere considerato allo stesso tempo un sintomo di un male da curare e un’opportunità da sfruttare. Più l’azienda è piccola, più faticherà a sopportare il rischio dell’innovazione, a meno che questo atteggiamento non sia metabolizzato nel proprio DNA.

Altri paesi, come ad esempio Francia e Germania, presentano un numero di addetti che lavorano nelle grandi imprese molto superiore: significa che le soluzioni create per questi paesi non possono essere applicate in modalità copia-incolla in Italia o, ad esempio, in Spagna.

Con le giuste sinergie sul territorio e con programmi specifici che coinvolgano scuole, associazioni e imprese, è possibile sfruttare questa peculiarità per incanalare la frammentata imprenditorialità Italiana. Ma anche le grandi aziende, soprattutto nei distretti produttivi, possono creare un volano per il micro imprenditore o l’artigiano. Il ruolo della politica sarà quello di creare una narrazione aderente a questa realtà, con proposte che incanalano, integrano e agevolano questa fetta di Paese, spina dorsale del benessere Italiano.

FUTURO

Nessuno potrà dire con certezza come sarà il futuro tra 20-30 anni. Se nel passato recente, ad esempio nel dopoguerra o alla fine dell’ottocento, era abbastanza prevedibile immaginare nel futuro la vita delle persone e il loro modo di lavorare, la velocità e la complessità tecnologica odierne non sono proiettabili con realistica sicurezza. Mai come oggi il fiuto dell’imprenditore potrebbe essere spazzato via da un cambio radicale di abitudini e comportamenti dei consumatori.

Come affrontare il futuro? Serve una visione, degli obiettivi chiari, un management adatto e una grande attenzione ai rischi che l’innovazione comporta. Proprio la gestione dei rischi dell’innovazione è il punto cruciale per le Micro e Piccole Imprese. Possiamo semplificare le opzioni in due approcci distinti: affiancare al business abituale uno o due progetti ad altro grado di innovazione, facendo attenzione a non intaccare i profitti e il flusso di cassa tradizionale, oppure operare come una startup puntando tutto sull’innovazione, con alti rischi di successo ma anche di completo fallimento.

Quello che le nuove tecnologie stanno apportando, e che apporteranno, alla vita quotidiana non si traduce in piccoli cambiamenti di miglioramento nel modo di condurre un’attività tradizionale. Le Micro e Piccole Imprese devono considerare i prossimi decenni come un mare in burrasca, dove la scelta principale sarà, e in alcuni casi lo è già oggi, quella di tornare verso una spiaggia sicura oppure quello di cavalcare le onde. Spiaggisti o surfisti. Nessuna delle due strade è da scartare a priori, solo l’indecisione sarà sicuramente dannosa.

Liberamente ispirato dall’esperienza personale e da “21 lezioni per il XXI secolo” di Yuval Noah Harari.

START UP

C’è molta confusione intorno a questa parola: l’immaginario collettivo pensa a due-tre ragazzi che lavorano in una cantina fino a notte tarda. Nulla di piú distante da quello che dovrebbe essere una startup che si basa su un buon apporto di capitale, capacità di attrarre e mantenere talenti, pagandoli bene e facendoli partecipi dell’avventura, un business plan molto ben definito, un management che abbia la capacitá di capire quando spegnere l’interruttore – capita al più del 90% delle start up – o di cercare un altro round di finanziamenti o di vendere e passare all’incasso. Una start up è un gioco per persone forti, sicure, decise e con le idee molto chiare, che hanno un piano per una crescita esponenziale, altrimenti potremmo dire che è semplicemente un nome modaiolo per chiamare l’ennesima micro impresa. Gli imprenditori che conducono una start up devono essere contemporaneamente appassionati al progetto, ma sufficientemente distaccati da considerare gli inevitabili aggiustamenti, a volte anche radicali, necessari per farlo funzionare, ed essere preparati all’eventuale eutanasia.

Il dato riportato da Il Sole 24 Ore è che solo il 6% delle start up italiane fallisce, contro il fisiologico 90-96% (riportato da diverse fonti) del modello di riferimento USA. Questi numeri fanno capire che quello che in Italia è chiamato “start up” non è che una microimpresa (la maggior parte ha un volume di affari inferiore ai 100.000 Euro/anno) a crescita lenta. Tutto il contrario del modello originale, dimostratosi vincente, che richiede una crescita esponenziale e round di finanziatori esterni nell’ordine dei milioni di Euro.

Guardando altri Paesi a noi più prossimi, la differenza principale riguarda la velocità di crescita, non la capacità.

In Germania quasi la metà delle start up è nella fase di espansione – significa che il modello di business è già stato verificato e si lavora sulla crescita esponenziale – mentre in Italia circa il 70% è ancora nella fase di validazione delle tecnologie o del business. Altro dato che è indice di lentezza riguarda le persone assunte, che si traducono in redistribuzione della ricchezza: in Italia meno di 4, contro le 11 della Francia e le 12 della Germania.

Il ritardo accumulato potrebbe essere sanabile, con un programma coraggioso che parte dall’attuale Industria 4.0, ma che deve innestare efficacia nel processo, concentrando in pochi distretti le forze e creando le condizioni di crescita, e fallimento, necessarie.

CAMBIAMENTO

Il cambiamento non è per tutti, e l’innovazione porta inevitabilmente un cambiamento. Le micro e piccole imprese sono portate tendenzialmente ad usare le proprie abilità e a cercare di aumentare le vendite dei prodotti o servizi con la tecnica del “more of the same”: facendo un poco di più di quello che si è fatto fino ad ora. Bisogna essere intellettualmente onesti: ci sono parecchi casi in cui il cambiamento e l’innovazione sono sconsigliati. Più l’azienda è piccola, più è necessario che l’attitudine ad uscire dalla propria zona di confort sia condivisa tra tutte le persone: dal titolare o dai soci fino all’ultimo arrivato. Dato che questa attitudine non è quasi mai valutata, una micro impresa normalmente non è ben cosciente se riuscirà o no ad innovarsi, non ne ha la percezione.

Quali sono gli indicatori per verificare l’attitudine al cambiamento di una piccola azienda? Innanzitutto aver verificato quale dei due modelli proposti (start up oppure nuovo business alternativo) si è scelto e quale sia il coinvolgimento emotivo delle persone coinvolte. Il cambiamento affrontato come ultima spiaggia prima di un fallimento, con un atteggiamento remissivo, non farà altro che accelerare la discesa, mentre un atteggiamento realmente positivo creerà nel gruppo una forte attitudine alla crescita. Dopodiché occorre aver ben chiaro i rischi a cui si va intorno: vero è che nel modello più bilanciato, quello che chiamiamo “business alternativo”, i rischi sono minori tuttavia, per una piccola azienda, seguire questo percorso significa arrivare a distogliere fino a un 25% delle risorse aziendali dal business tradizionale, con inevitabili effetti negativi. Questo rischio può essere mitigato finanziariamente, con un piano di investimento ben calcolato e tramite i numerosi strumenti messi a disposizione, per esempio, dal piano Industria 4.0 e tramite i tanti finanziamenti  regionali, statali ed europei.

Purtroppo, l’attitudine del sistema Italia ci insegna che sono molto poche le aziende che fanno un vero percorso di cambiamento. Spesso, sempre per onestà intellettuale, è consigliabile creare da zero una nuova organizzazione, con nuove risorse umane, senza ereditare il fardello di comportamenti stratificati in decenni. Ci sono molte implicazioni etiche in questo: la principale è quella relativi ai dipendenti che da decenni lavorano per l’imprenditore, abituati a una staticità sociale e di una immobilità lavorativa tipica dell’Italia, che potrebbero non concordare con l’inizio di un percorso rischioso.

Chiedere alle aziende di sostenere un cambiamento in un paese statico, senza togliere i lacci della burocrazia e senza ripensare il welfare, senza inoltre proteggere quelle persone che per indole e per necessità non possono cambiare, significa avere una visione molto parziale del problema. L’innovazione richiede tanto coraggio ma anche tanta cultura di management, altrimenti è solo una partita a dadi.

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