Abbiamo bisogno di un’educazione al metodo scientifico. Famiglia, scuola e lavoro 4.0

di Fabio Esposito

Cos’hanno in comune populismi, autoritarismi, nazionalismi e complottismi? 

L’ignoranza come strumento di legittimazione e conservazione del potere.

Nel nuovo millennio in Europa non si parla più di un’ignoranza vincolata da una condizione sociale ed economica, ma di un processo socialmente trasversale che prende il nome di analfabetismo di ritorno (ciò che sui social media viene definito analfabetismo funzionale, per intenderci). Non si parla più di un’impossibilità da parte della popolazione di accedere agli strumenti di emancipazione forniti dalle società democratiche: l’analfabetismo di ritorno dilaga per scelta e i dati sono molto chiari. (Consultare la ricerca condotta dalla Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo “Istruzione e futuro: un gap da colmare)

Eppure nel Settecento, grazie al movimento dei Lumi, la ragione, con tutti i suoi limiti, fu l’arma brandita per scagliarsi contro le credenze e le superstizioni, ombre dei poteri autoritari e tirannici della Chiesa e degli Stati monarchici che dominavano le società d’Antico Regime. Nei decenni successivi gli Stati, in contrapposizione alle scuole di formazione e ai collegi ecclesiastici, si iniziano a gestire il problema dell’educazione della formazione del cittadino. Una prima vittoria che spianò la strada al progresso tecnologico scientifico, politico e umano.

Da allora gli Stati di tutto il mondo si sono occupati di realizzare progetti di alfabetizzazione e formazione delle masse, in maniera sistematica lungo l’arco di tutto il Novecento, in concomitanza con la nascita delle ideologie totalitarie e populiste, ma soprattutto con la rinascita delle società democratiche sulle ceneri delle due guerre mondiali.

Leggere, scrivere e comprendere. Ma qualcosa non ha funzionato.

L’analfabetismo di ritorno progressivamente è aumentato ed è divienuto un fenomeno di massa che mette a nudo alcuni dei limiti e degli errori di quei progetti.

Oggi in Italia e in Europa, infatti, per alcuni l’ignoranza è una scelta, un impegno, un orgoglio militante: un valore di riferimento popolare.

Questo fenomeno è stato favorito politicamente negli ultimi 30 anni dai diversi governi che si sono succeduti, salvo rare eccezioni. In maniera accurata e con una strategia coerente, famiglia, scuola e lavoro sono stati gli ambiti in cui si è stata messa in atto una vera e propria rivoluzione culturale. Mediante un sapiente uso dei mezzi di comunicazione di massa come la televisione, i social media e più in generale la rete internet si è provveduto a incoraggiare le paure, le insicurezze, il qualunquismo e lo spirito acritico.

La costruzione di false notizie, l’invenzione di eventi storici o il diffondersi di pseudoscienze non sono altro che il prodotto di un’azione continuata di quei poteri politici ed economici che hanno da sempre a cuore la conservazione dello status quo e un controllo progressivo delle scelte dei cittadini.

Non tutto è perduto.

Esiste un importante strumento per contrastare l’avanzata dell’ignoranza e dell’analfabetismo di ritorno. 

Ecco che con tutti i suoi limiti il metodo scientifico, inteso come processo d’indagine della realtà, oggi è lo strumento che permette di contrastare quegli -ismiche invece cercano di rafforzare le credenze e le superstizioni, alimentando l’ignoranza militante.

Nel mondo della scuola e nel mondo del lavoro l’uso del metodo scientifico non è mai stato richiesto, non è mai stato un requisito minimo fondamentale, non è mai stato incentivato.

The scientific method

Eppure è uno strumento in grado di favorire lo spirito critico e incentivare le autonomie della persona, orientare le scelte secondo criteri logici e ponderati, allontanando le credenze, le paure e gli errori, un modo perindividuare nuove soluzioni a nuovi problemi, conoscere la realtà che ci circonda o ipotizzare l’esistenza di altri mondi.

Oggi, dato il progresso tecnologico riceviamo un elevatissimo numero di informazioni e abbiamo bisogno discernere ciò che è vero da ciò che non lo è, riconoscere fonti attendibili, criticare le fonti e incrociarle per ottenere maggiori informazioni, richiedere i dati e saperli interpretare.

Nelle società sociologicamente complesse e in cui questa mole di informazioni cresce di pari passo con l’emersione di nuove tecnologie, non si può lasciare che queste diventino appannaggio di ideologie che fanno della paura, delle credenze e della superstizione il loro strumento di propaganda e controllo.

Serve, invece, un piano formativo a lungo termine e ben coordinato che coinvolga tutti gli istituti di formazione, le realtà associative di settore, dal mondo della scuola a quello del lavoro, e non ultimo coinvolgendo le famiglie, al fine di porre al centro dell’azione politica e del dibattito pubblico la diffusione di un approccio metodologico in grado di gestire problemi, dubbi, paure, emergenze, le innumerevoli informazioni e i dati continuamente rigurgitati in rete, in televisione, a scuola o nei luoghi di lavoro. 

Quel mondo del lavoro che proprio negli ultimi anni è stato oggetto di politiche industriali denominate “Industria 4.0”. Questa è la quarta rivoluzione industriale globale che pone tra i suoi obiettivi una revisione strutturale tecnologica del modo di produrre e organizzare il lavoro, individuando, tra l’altro, anche nella raccolta dati e nella loro interpretazione la possibilità di riduzione a zero degli errori, così da conferire un altissimo status qualitativo al prodotto e ai processi con cui questo si ottiene attraverso la “macchina”. Se l’innovazione tecnologica rimane al centro di questo cambiamento, allora è assolutamente imprescindibile che l’altro protagonista di questa rivoluzione sia l’essere umano.

Ecco che se l’Industria 4.0 fonda uno dei suoi presupposti sulla necessità di raccogliere, condividere ed elaborare una mole enorme di dati (Big Data). Ciò che non fa chiaramente (o probabilmente viene data erroneamente per scontato) è comprendere quale debba essere l’approccio metodologico con cui questi dati si interpretino e possano essere usati. Non potrà mai realizzarsi una vera rivoluzione culturale e industriale se non si progetterà una formazione fondata sull’educazione al metodo scientifico, in grado di coinvolgere le famiglie, gli studenti e tutti gli operatori che vivono questo cambiamento tecnologico e digitale in atto.

Una rivoluzione industriale è inevitabilmente una rivoluzione culturale e sociale: la quarta rivoluzione industriale non risulta compatibile con i populismi, né allontaneremo mai lo spettro delle derive autoritarie se non porremo al centro la questione dell’educazione al metodo scientifico, rendendola oggetto di una campagna politica importante e duratura. 

Così come non avrebbe senso organizzare questa proposta culturale – politica solo sul piano nazionale, poiché necessitiamo almeno di un piano europeo di messa in sicurezza della ragione e di diffusione dei suoi strumenti, perché possa esserci una nuova luce in grado di far svanire le ombre dell’ignoranza militante e affrontare le sfide rivoluzionarie che si prospettano all’orizzonte.

Riferimenti bibliografici:


Feyerabend P. K., Contro il metodo: Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, Feltrinelli, Milano, 1979

Galli C. e Harrison G., Nè leggere, né scrivere, Feltrinelli, Milano, 1971
Kuhn T. S., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1979

Magone A. e Mazali T., Industria 4.0, Uomini e macchine nella fabbrica digitale, Guerini e Associati Edizioni, Milano, 2016

Popper K. R. , Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino 1970

Fuso S., La scienza come educazione scientifica

https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=274804

Bagnasco S., Sherlock Holmes, Karl Popper e il garage di Carl Sagan: pregi e limiti del falsificazionismo:

https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=274653

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